Thomas Baillod è un imprenditore svizzero originario di La Chaux-de-Fonds (classe 1971), con circa 20 anni di esperienza nell’industria orologiera. Dopo gli esordi in Publicitas, ha lavorato per quasi quindici anni al fianco di marchi orologieri indipendenti, prima di decidere di scardinare le regole della distribuzione. Nell’ottobre 2019 lancia BA111OD, nata come laboratorio di idee e diventata rapidamente un marchio a tutti gli effetti. Il suo approccio si fonda su quello che lui definisce “We-commerce”, un modello incentrato sul cliente e animato da una community che ha battezzato “Afluendors”. Controcorrente rispetto ai marchi tradizionali, che cercano di ridurre i costi di produzione o alzano i prezzi per consolidare margini e profitti, Thomas Baillod ha avuto l’idea di tagliare i costi di distribuzione e proporre un’orologeria meccanica svizzera più accessibile. Anche su complicazioni come il tourbillon. Incontro con un imprenditore e trascinatore di uomini che intende scuotere il modello economico dell’orologeria svizzera, senza volerlo far crollare.
In questa pagina
- Che orologio indossa al momento di questa intervista?
- Qual è stato il suo acquisto orologiero più bello?
- Qual è la sua complicazione orologiera preferita?
- Quali altre passioni ha oltre all’orologeria?
- Quale sarebbe l’auto dei suoi sogni?
- Quali sono il suo piatto e il suo vino preferiti?
- Come definirebbe il lusso?
- Quale marchio (orologiero o no) incarna meglio il lusso secondo lei?
- Quale personaggio (storico o contemporaneo) la ispira?
- Quale qualità apprezza di più negli altri, e quale difetto si rimprovera?
- Quale citazione apprezza in modo particolare?
- All’ora di Thomas Baillod, che ore sono?

Che orologio indossa al momento di questa intervista?
Al polso sinistro porto un Chapitre 7. È il fine settimana, quindi scelgo naturalmente un pezzo che sappia fare tutto: un’anima sport chic, ma abbastanza elegante da permettermi di andare a bere qualcosa, vedere degli amici o uscire in città senza pormi domande. È un po’ il mio coltellino svizzero da polso, posso viverci insieme senza doverlo trattare con i guanti.

Al polso destro porto un Apple Watch Series 11 che ho appena comprato. Per me è importante capire cosa succede oggi nell’ecosistema del polso. Dire che l’Apple Watch non rappresenta una sfida per l’orologeria svizzera significa nascondere la testa sotto la sabbia. Quando si vede quello che hanno costruito, l’esperienza utente, l’integrazione nella vita quotidiana, la parte salute e notifiche, capisco benissimo perché ne vendano diverse volte di più di tutta l’orologeria svizzera messa insieme.

Ma questa convivenza sui miei due polsi illustra bene una cosa: non si tratta degli stessi oggetti né della stessa emozione. L’Apple Watch, per me, è uno strumento da polso, un wrist tool. Il Chapitre 7 è un orologio, un oggetto di piacere, di stile, di meccanica, che racconta una storia e un savoir-faire. Entrambi hanno il loro posto, ma non per le stesse ragioni.


Qual è stato il suo acquisto orologiero più bello?
Il più bello, dal punto di vista emotivo, è un Kelek che mi ha regalato mio padre alla fine degli studi. Nessuna complicazione può competere con la carica emotiva di un oggetto trasmesso da qualcuno che si ama.

Se parliamo di acquisto in senso stretto, c’è un orologio da tasca BA111OD riemerso in California l’anno scorso. Era in oro, l’abbiamo ritrovato e acquistato per 5.000 dollari. È peraltro uno dei pochi orologi che ho davvero pagato di tasca mia, paradossalmente, pur lavorando nell’orologeria da anni. Questo pezzo è un ponte tra il passato e il presente della famiglia, un frammento di storia che ha attraversato il tempo e gli oceani per tornare fino a noi. In questo genere di riscoperte c’è quasi il sapore di una caccia al tesoro.

Qual è la sua complicazione orologiera preferita?
Il tourbillon, senza esitazione. Innanzitutto perché è una complicazione che parla al cuore quanto alla testa. Si può spiegare con la tecnica, con il suo ruolo originario di compensazione della gravità, ma in realtà ciò che ci tocca è il balletto ipnotico della gabbia che ruota. Si può restare diversi minuti a contemplarla senza accorgersi del tempo che passa.

E poi, per me, il tourbillon è una bella metafora della vita. Tutto gira un po’ in ogni direzione, c’è un caos apparente, un movimento continuo, ma dietro c’è una logica, un’architettura, un progetto meccanico che tiene tutto insieme. Oggi un tourbillon è anche un modo consapevole di complicarsi la vita per la bellezza dell’esercizio. Non è più necessario, ed è proprio questo a renderlo affascinante.


Quali altre passioni ha oltre all’orologeria?
Potrei citarne molte, ma due hanno assunto un posto particolare nella mia vita qui, nel cantone di Neuchâtel.
La prima, recentissima, è il wake surf. Quest’anno siamo diventati sponsor del Club di Sci Nautico e, col tempo, mi sono lasciato prendere dal gioco. È una sensazione di libertà incredibile, a contatto con l’acqua, con quel mix di concentrazione e di abbandono. Devi essere presente, qui e ora, altrimenti cadi. È molto vicino a ciò che amo nell’orologeria: quel punto di equilibrio tra controllo e fluidità.

La seconda, più antica, è l’escursionismo. Amo profondamente quel tempo lento. È uno sforzo fisico, ma senza violenza. Si avanza, si respira, si guarda. È un momento in cui tutto si decanta un po’: a volte parli con chi ti accompagna, a volte taci ed è la natura a parlare al posto tuo. È una forma di meditazione in movimento.

Quale sarebbe l’auto dei suoi sogni?
Potrei parlare di auto spettacolari, potentissime, ma la verità è che l’auto dei miei sogni l’ho già avuta: una Morgan. Era un’auto con un fascino pazzesco, quel famoso flemma britannico. Aveva classe, senza essere ostentata… Evocava gli anni ’40 e ’50, quelle auto che erano belle prima ancora che efficienti, in cui la linea contava quanto le prestazioni.

Le ero molto affezionato, al punto da prestarla un giorno a uno dei nostri migliori clienti. Ci fu allora quello che definiremo gentilmente un “piccolo incidente”, che mise fine un po’ prematuramente alla nostra storia con quell’auto. Il sogno è stato interrotto, ma anche questo fa parte della sua leggenda. Quella Morgan resta legata per me a un’epoca, a un senso di libertà, a viaggi fatti per il piacere più che per l’efficienza. Esattamente come un bell’orologio meccanico: non è il mezzo più razionale, ma è sicuramente uno dei più appaganti.

Quali sono il suo piatto e il suo vino preferiti?
Quando mi si parla di vino, penso subito a un tagliere di formaggi con un buon salame. È qualcosa di molto conviviale, molto semplice, ma che può diventare un momento di pura felicità se si scelgono bene i prodotti. Si apre una buona bottiglia, si chiacchiera, si taglia un pezzo, se ne prende un altro, e non si guarda l’orologio.

Ho anche un rapporto molto forte con le cucine del mondo, perché ho viaggiato molto e vissuto all’estero. In Medio Oriente mi sono innamorato della cucina libanese. È generosa, costruita attorno a piccoli piatti da condividere. Non è un piatto, sono venti piatti che arrivano in tavola. Si piluccano, si assaggiano, si condividono. È un’esperienza molto sociale.

In Sud America ho scoperto la cucina peruviana e la fusion nippo peruviana. Questo incontro di culture culinarie, questi sapori che si mescolano, mi piace moltissimo. Se dovessi riassumere, direi che amo le cucine che uniscono generosità, condivisione e scoperta. Più di un piatto o di un vino in particolare, quello che preferisco è il momento che si crea intorno alla tavola.

Come definirebbe il lusso?
Per me il lusso è prima di tutto qualcosa che fa sognare, ma che resta raggiungibile. Non è solo una questione di prezzo. Il lusso è un oggetto o un’esperienza che possiede un’anima, che è realizzato con vera qualità e che rispetta la persona che lo indosserà, lo consumerà o lo vivrà.

Diffido molto di un certo lusso escludente, quello che ti dice: “non è per te”. Non è la mia visione. Mi piace l’idea di un lusso inclusivo, che eleva senza sminuire. Può essere un oggetto semplicissimo, ma pensato con cura e onestà. Può essere anche un momento semplicissimo: una fonduta preparata in cima a una montagna, dopo aver portato su il caquelon nello zaino. È la stessa fonduta che faresti a valle, ma il contesto, il panorama, la fatica per arrivarci trasformano tutto. Il lusso è quel piccolo spostamento dal quotidiano all’eccezionale.

Quale marchio (orologiero o no) incarna meglio il lusso secondo lei?
Non mi viene spontaneamente in mente un grande marchio, perché vedo il lusso soprattutto come un’esperienza più che come un logo. Per me il lusso può essere un piccolo hotel boutique, quasi nascosto, dove torni un anno dopo e si ricordano di te, della tua camera, di come prendi il caffè. Questa cura del dettaglio, questo calore, valgono tutti i marmi e tutte le dorature.

Può essere anche una pasticceria dove lo chef ti riconosce e ti fa assaggiare una creazione prima che entri in carta. O quel piccolo ristorante dove ti riservano il tavolo preferito senza che tu debba chiederlo. Sono questi “piccoli extra” molto personali che, per me, incarnano meglio il lusso: qualcosa di semplice, ma che ti fa sentire unico.

Quale personaggio (storico o contemporaneo) la ispira?
Un nome che torna spesso per me è Albert Jacquard. Era un fisico e un umanista, un divulgatore come se ne vedono pochi, un po’ sulla scia di Hubert Reeves. Mi ha segnato enormemente durante l’adolescenza. Ascoltavo le sue conferenze, leggevo i suoi libri. Parlava di fisica, di determinismo, di società, di dignità umana, con parole semplici e una profondità incredibile.

Un giorno gli ho scritto. Si è preso il tempo di rispondere e di venire a tenere una conferenza nella mia scuola. Quel gesto, quella disponibilità, mi hanno toccato profondamente. Incarnava l’unione tra rigore scientifico e un’immensa umanità. La sua umiltà, il suo senso della condivisione, il suo modo di rendere comprensibile l’infinitamente complesso senza tradirlo, sono qualità che mi ispirano ancora oggi.
Quale qualità apprezza di più negli altri, e quale difetto si rimprovera?
Negli altri ammiro la capacità di lasciar andare. Quella capacità di dirsi: “Andrà tutto bene, troveremo una soluzione”. È una qualità che ho davvero imparato in America Latina, in particolare a Cuba, dove ho vissuto. Lì la vita non è semplice, ma le persone hanno un modo di convivere con i vincoli che suscita ammirazione. Ballano con ciò che arriva, in senso proprio e figurato. Questo mi ha aiutato a relativizzare molte cose.

Il mio difetto è senza dubbio l’impazienza, o l’impulsività. Tendo a volere che le cose vadano avanti in fretta, a volte troppo. Può essere un punto di forza quando si tratta di lanciare progetti, di smuovere le acque, ma può anche rendermi troppo esigente, con me stesso e con gli altri. Lavoro per trasformare questa energia in un motore anziché in una fonte di tensione.

Quale citazione apprezza in modo particolare?
Una citazione che mi accompagna da tempo è: “Quando il saggio indica le stelle, lo stolto guarda il dito.”



All’ora di Thomas Baillod, che ore sono?




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